
Susan Sontag, in Sulla fotografia, cristallizza il pensiero in una formula nitida: la fotografia è «una grammatica e, ancora più importante, un’etica del vedere». Una grammatica, perché ha regole, sintassi e un vocabolario. Un’etica, perché decide cosa è degno di essere mostrato e cosa è superfluo esporre. Una cultura.
Quando fotografo qualcuno, gran parte del lavoro avviene prima dello scatto. Si trova nel modo in cui scelgo dove far posizionare la persona, nel dettaglio della stanza che decido di includere e in quello che scelgo di escludere dall’inquadratura. È la cura che metto in elementi che chi ho di fronte non sa nemmeno di stare osservando, ma che decidono cosa sto raccontando di quel soggetto. Non è una questione di tecnica: è una decisione consapevole su cosa sia essenziale e cosa sia superfluo. È esattamente questo che intendiamo quando parliamo di sguardo.
E qui arriviamo al punto più doloroso. Ogni contenuto visivo mediocre che viene immesso nel mondo alza la soglia di tolleranza collettiva verso la mediocrità. Ci abituiamo a guardare male. E, dopo un po’, non distinguiamo più ciò che è bello da ciò che è semplicemente lì, a occupare spazio. La povertà estetica si normalizza. Le frequenze generali si abbassano.
Italo Calvino, nelle Lezioni americane, l’aveva previsto tutto quarant’anni fa. Scriveva nel 1988. Leggerlo oggi, con lo smartphone in mano, è una piccola esperienza di lucidità dolorosa. Nella quarta lezione, dedicata alla Visibilità, scriveva di temere per una specifica capacità umana: il pericolo di perdere «il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini».
In pratica: allenare l’occhio sulle grandi fotografie prima di scattare. Leggere autori densi prima di affidarsi all’AI. Entrare in una libreria, prendere in mano un libro ben progettato e chiedersi perché funzioni. Passare tempo nei musei, tra le pagine dei libri, davanti a film capaci di fondare un immaginario. Questo è il lavoro, e non esistono scorciatoie. La cattiva notizia è che la cultura non si scarica. La buona è che chi sceglie di coltivarla, oggi, emerge: perché in mezzo a una massa di contenuti senza anima, uno sguardo autentico si riconosce da lontano.
È su questo principio che fondo il mio lavoro. Non mi interessa insegnare l’uso degli strumenti, ma educare alla visione. Lavoro perché ognuno trovi un gusto proprio: l’unico asset che rimane insostituibile nell’era degli algoritmi.
Tornando alla scena con cui ho aperto: certe volte, in studio, accade qualcosa di diverso. È il momento in cui una cliente smette di dirmi «non funziona» e, guardando l’immagine, ammette: «Non l’avevo visto».
Ecco. È quel momento a fare tutta la differenza del mondo: perché è lì che nascono la consapevolezza dello sguardo e l’autonomia di sapersi raccontare.